Le seconde generazioni al ritorno in Cina

I primi gruppi di cinesi a risiedere stabilmente in Italia risalgono agli anni ’30 del secolo scorso, quando una piccola comunità si concentrava a Milano vicino all’attuale Chinatown di via Paolo Sarpi.

Da quel periodo inizia l’afflusso di cittadini cinesi in Italia, che però resteranno poco numerosi fino agli ultimi decenni del ‘900. Soltanto nel periodo degli anni ’80 e ’90 l’immigrazione aumenta in numero e stabilità in tutta Italia: risale a quel periodo la nascita di comunità cinesi in alcune città principali, che poi si sono allargate e diffuse fino all’attuale copertura pressocché ubiqua del territorio italiano.

Sebbene le prime generazioni di bambini nati in Italia risalgano quindi ormai a molti decenni fa, il fenomeno ha iniziato ad avere una rilevanza sociale solo durante le ultimi ani del 1900. Attualmente, almeno nelle città con presenza cinese maggiore e più radicata, si è già arrivati alla terza generazione, costituita da bambini di origine cinese, ma nati in Italia da genitori a loro volta nati in Italia..

Come per altre “seconde generazioni” di altre culture, anche i cinesi nati in Italia risentono di un contrasto, non sempre risolto, di identità e di adattamento alle tradizioni. In alcuni casi non si sentono del tutto italiani ma non riescono o non vogliono abbracciare interamente neanche la cultura cinese di origine.

In particolare per i cinesi si accentua quest’ultimo aspetto in quanto la cultura trasmessa dai genitori (e persino la propria, se si è partiti da molto tempo) si rivela obsoleta: la Cina, e il suo tessuto urbano, sociale e culturale si evolve ad un ritmo impensabile rispetto a quanto succede in Italia, e chi torna in Cina, anche solo per una vacanza, molto spesso si ritrova disorientato.

Interi quartieri spariti o trasformati in modo irriconoscibile, abitudini soppiantate, linguaggi (nell’accezione più ampia) rinnovati, sono gli elementi tipici che determinano un forte disadattamento da ritorno.

Sul sito Sohu.it è apparso un articolo nel quale un cinese che abita in Italia da molto tempo racconta delle sue impressioni e di come si sia sentito in occasione di un viaggio in Cina con i suoi figli. Eccone un estratto.

Il protagonista dell’articolo è voluto tornare a “casa” dopo tanto tempo che risiede in Italia, e ha vissuto il viaggio con un senso autentico di scoperta, ritrovandosi inaspettatamente a condividere le stresse aspettative e timori di chi non conosce la Cina. Per esempio, il timore per l’inquinamento e le sue conseguenze sul figlio piccolo, il rischio di essere derubato, o di incappare in cibo caratterizzato da dubbia provenienza e scarsa igiene.

Tra gli incomodi da affrontare c’è anche l’imbarazzo di dover rispondere alle domande inopportune dei familiari, basate soprattutto sulla ipotetica quanto irreale convinzione che tutti gli emigrati conducano una vita decisamente più agiata che in Cina.

Il ritorno in Cina dopo tanti anni è impegnativo: nonostante molte vecchie consuetudini siano rimaste immutate, la rapidità dei cambiamenti è stata straordinaria. Certo, il “cambiamento” può essere verso il meglio o verso il peggio, i due aspetti sono strettamente legati, e le valutazioni a volte molto soggettive. La modernità non è inquadrabile in un solo aggettivo.

La sensazione generale all’arrivo in Cina è quella di estraniamento ed esitazione, in quanto si ha l’impressione di non ritrovare tutti i propri punti di riferimento, non solo materiali e urbanistici ma anche a livello di “atmosfera”. Infatti dove anche l’aspetto della città (in questo caso un antico quartiere di Hangzhou) è rimasto sostanzialmente immutato, i vecchi abitanti sono andati via, al loro posto vi abiano anziani e lavoratori immigrati.

La sensazione di estraneità è acuita dal fatto che la città nel suo complesso è cambiata così tanto che anche chi, come l’autore dell’articolo, ci ha abitato oltre venti anni, non si orienta più tra il nuovo assetto urbano e i nuovi stili di vita.

A livello invece più pratico, ritornare dopo tanto tempo comporta anche non saper più valutare i prezzi (peraltro molto cresciuti negli anni) a meno di convertirli mentalmente in Euro. Tanto più che in Cina si è andato sviluppando un consumismo eccessivo, alimentato da una scelta di servizi e oggetti da comprare sempre più ampia e di qualità sempre migliore.

A proposito di acquisti, il neo arrivato in Cina trova una situazione che pochi anni fa era impensabile: la sostanziale scomparsa del denaro contante. Visto che per chi abita in Italia non è facile accedere ai vari servizi di pagamento elettronico cinese, chi visita la Cina adesso non riesce a utilizzare le molte funzionalità sviluppate per i telefonini, compresa una enorme quantità di offerte speciali e sconti. E se si vuole pagare in contanti c’è il rischio di essere guardati con perplessità dai negozianti.

I prezzi medi sono ancora decisamente inferiori a quelli italiani, ma il costo della vita è commisurato al luogo, e se si vuole vivere meglio bisogna spendere sempre di più, addirittura più di quanto si guadagna. Spesso questo avviene non in relazione alle effettive esigenze personali, ma per fare sfoggio di benessere materiale, e “salvare la faccia

La cucina cinese è poi un argomento che richiede una cura particolare: la modernità e l’impatto della massiccia offerta di servizi di internet ha avuto un forte impatto anche sui ristoranti di strada, che offrono una scelta ancora più ampia che in passato, ma spesso ripetitiva. Alcuni piccoli ristoranti non sono riusciti ad adattarsi e hanno chiuso.

L’autore del brano nota che in questo viaggio il cambiamento ha riguardato anche lui stesso: a tavola con gli amici la semplicità e confidenza di un tempo sono ormai svanite, gli aneddoti sull’Italia sono esauriti, e anche le conversazioni sono state diverse da quelle un tempo.

In particolare l’argomento “soldi” è quello più ricorrente; e questo è assai sgradevole in Cina, perché la ricchezza materiale è usata come criterio quasi unico per misurare la riuscita professionale e umana. Le condizioni effettive quindi spesso vengono celate o esagerate per impressionare gli altri. Questo avviene ancora di più per gli emigrati, visto che, a dispetto delle aspettative e di certe leggende, molti cinesi all’estero non solo non si sono affatto arricchiti, ma devono lavorare duramente per sopravvivere.

Sugli emigrati infatti ricadono molte aspettative, dovute anche al fatto che le prime generazioni di espatriati erano i migliori studenti o gli appartenenti alle migliori famiglie, in un certo senso quasi destinati al successo. Ma ormai i cinesi “d’oltremare” sono sparsi in tutto il mondo e appartengono anche a fasce sociali basse.

Il risultato è che se in passato gli emigrati che rientravano in Cina anche per un breve viaggio apparivano come delle persone straordinarie e benestanti, oggi avviene il contrario. Ritornare in Cina espone al rischio di essere visti come economicamente più deboli di chi è rimasto e considerati in modo negativo anche sul piano umano. Anche in Italia un gran numero di cinesi ha redditi bassi o comunque di sussistenza, mentre all’opposto molti italiani ritengono che in Cina ci si arricchisca facilmente.

Considerando le tante opportunità della Cina attuale, i legami familiari e l’attaccamento alla propria terra, l’autore dell’articolo si chiede se non sia preferibile tornare definitivamente a Hangzhou a vivere, come gli propongono in tanti.

Apparentemente sembrerebbe una scelta sensata, ma il problema è quello di (ri)trovare un lavoro e un posto nella società. L’inserimento è difficile anche perché la società cinese è ancora fondata in buona parte sulle relazioni (il guanxi), che gli emigrati di solito hanno perso. Ricostituire le relazioni è difficile, richiede anche anni, ma d’altra parte l’esito non è garantito, e comunque bisogna affrontare tutto con uno spirito che spesso l’emigrato non ha più.

Inoltre il mercato del lavoro in Cina a sua volta è sempre più complesso e saturo, e la competizione con chi è cresciuto e si è formato in quell’ambiente si risolve quasi sicuramente in una sconfitta di chi viene (o ritorna) da lontano. Tanto più che mentre all’estero è ancora possibile acquisire una posizione e provare a mantenerla, in Cina la competizione è costante, e chi si arrende potrebbe perdere tutto.

Tornare in Cina stabilmente rappresenta quindi un rischio troppo alto per chi comunque all’estero ha un lavoro e una consizione economica in qualche modo sufficiente; peraltro, tornare non permetterebbe di ritornare a quell’ambiente che si era lasciato e che in molti rimpiangono.

Immagine: un supermercato cinese; la scelta è sempre più diversificata. Fonte: qua, modificata.