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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

Reserved – 含蓄

Comportarsi con i cinese

含蓄 – parola cinese composta da due caratteri distinti con doppia funzione grammaticale: come verbo indica principalmente l’azione di contenere, incorporare; mentre come aggettivo si traduce con implicito, riservato.

Il primo carattere, hán (含), letteralmente significa tenere in bocca, racchiudere, portare; il secondo, (蓄), riprende parzialmente il medesimo campo semantico, ponendo l’accento sul gesto di raccogliere, accumulare, mettere da parte (è spesso abbinato ad altri caratteri per creare composti indicanti deposito, sedimento, risparmio).

Come verbo non si sente di frequente, ben più diffuso è il suo utilizzo come aggettivo, ma ancora maggiore è l’influenza nella vita concreta delle persone del concetto tratteggiato da questo apparentemente innocuo termine.

Nel vivere quotidiano, gli individui cinesi definiscono con 含蓄 gesti, espressioni, parole, atteggiamenti, comportamenti: uno spettro molto ampio, difficilmente racchiudibile e descrivibile in tutte le sue sfaccettature nella classica traduzione riservato (reserved in inglese) riscontrabile nella maggior parte dei dizionari.

Anche in italiano, il lemma riservato copre diversi ambiti di significato, tra i quali, i tre basilari sono:

  • occupato, prenotato: di derivazione dal participio passato del verbo riservare, indica la proprietà esclusiva e/o il possesso di qualcosa da parte di qualcuno (ad es. “posto riservato al ristorante”)
  • descrizione di questioni, oggetti o fatti che non devono essere divulgati, che vanno mantenuti in un ambito controllato e segreto (ad es. “informazione riservata”)
  • caratteristica tipica di una personalità timida, discreta, cauta sia nell’esprimersi che nel comportarsi (ad es. “essere una persona riservata”)

Sia nel carattere cinese che nel corrispettivo italiano è sottintesa l’idea di prendere una parte di qualcosa, celarla, e conservarla sotto una qualche forma per mantenerne un frammento, una porzione e sottrarla al comune utilizzo, alla pubblica diffusione.

Quando qualcosa o qualcuno è delineato come riservato non è ritenuto a completa e libera disposizione di chiunque voglia fruirne, ma se ne percepisce una certa vena di esclusività, che viene detenuta nelle mani del titolare dell’oggetto o della personalità che assume quell’atteggiamento.

In parole povere, si tratta di fissare dei limiti piuttosto concreti, anche se tramandati oralmente e non riscontrabili chiaramente come articoli di legge, entro i quali un individuo può esprimersi e muoversi, senza che il suo agire venga considerato invadente dello spazio altrui, ovvero di quello spazio che di volta in volta sarà riservato a Tizio, Caio e Sempronio.

Aver un’idea, almeno sommaria, di come funziona in Cina il cosiddetto 含蓄 serve come metro e  misura dell’avvenuto apprendimento di uno dei principali meccanismi che regolano i rapporti sociali, e preserva dall’incappare in banali errori che possono rivelarsi fatali nel far volgere al peggio una relazione affettiva o un rapporto di lavoro.

La riservatezza, in taluni casi dipinta come discrezione, è virtù antica, definibile come pudore dello sguardo, o meglio, come capacità di uniformare le proprie parole e le proprie azioni a dei criteri considerati, agli occhi della maggioranza degli individui, come ragionevoli ed equilibrati.

Chi decide di coltivarla lo fa forse per educazione, forse per buone maniere, ma forse, con maggiore probabilità, per prudenza.

Nozione complessa da tratteggiare a parole, ma assolutamente limpida dal punto di vista intuitivo, l’essere riservato si impara man mano nel vivere quotidiano in terra cinese, ove la percezione del confine da non valicare nell’esprimere la propria singolarità si palesa in continuazione nella mera e semplice osservazione di come si comportano le altre persone.

L’individuo 含蓄 tiene a bada l’energia, la caducità dell’entusiasmo, la pericolosità del non contenersi e del dilagare della propria emotività. La forza assicurata dal rispetto di un limite permette di posare i giusti pesi sui piatti della bilancia, per consentire che niente e nessuno infici l’equilibrio che regge qualsiasi scambio di natura interpersonale. L’interazione sociale, per essere duratura ed efficace, non deve contemplare vincitori e vinti, bensì deve fungere da territorio entro il quale sono ammesse regole precise essenziali per il mantenimento di un ordine, un assetto che sappia guidare ciascun partecipante al modo più consono di far parte di una determinata cornice.

L’essere espliciti, il comunicare in modo diretto, il non arrestare pensieri e riflessioni, sono i sistemi più comuni per mettere a repentaglio quell’aura di stabilità entro la quale dovrebbe muoversi ciascun individuo. Immaginando come orizzonte di una relazione la superficie quanto mai sottile di una bolla di sapone, ciascuno deve esser guardingo al rischio e circospetto nell’avanzare, per evitare che gli spigoli che caratterizzano ogni essere umano vadano a sfregiare quel piano tanto delicato da sbriciolare e ridurre in frantumi.

Operare con discernimento, mostrarsi moderati, circoscrivere con contegno reazioni emotive, sfoggiare riserbo piuttosto che ostentare disinvoltura sono i cardini su cui si basa la cautela, nell’agire e nel parlare, necessaria al barcamenarsi in un sistema sociale che affonda le radici nel, quanto mai prezioso, non detto.

Abundans cautela non nocet.

Immagine: fonte, modificata