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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

A caval donato non si guarda in bocca – 千里送鹅毛,礼轻人意重

Educazione cinese

“Noli equi dentes inspicere donati” (“non esaminare i denti del cavallo donato”): così scrisse San Girolamo nella sua Commentariorum In Epistolam Beati Pauli Ad Ephesios. Questo detto intendeva essere una sorta di  ramanzina per coloro i quali, ricevuto un dono, al posto di limitarsi a ringraziare ed esprimere gratitudine per il bel gesto, si spingono oltremodo all’analisi dei dettagli del presente non mancando di elargire critiche e giudizi, frequentemente in forma di lamentela o brontolamento, per quanto giunto nelle loro mani.

Dal motto latino al proverbio italiano il passo è breve, ed ecco che il famoso “a caval donato non si guarda in bocca” risuona con la stessa forza come rimprovero per quanti lasciano in secondo piano il fatto che ciascun regalo è cosa guadagnata,  e si soffermano su quanto quel “caval donato” sia di loro effettivo gradimento.

Questo modo di dire d’uso ampiamente popolare deriva dall’antica usanza di stimare il valore di un cavallo dalla sua dentatura: dal controllo dei denti si poteva facilmente desumere l’età dell’animale e di conseguenza il suo corrispettivo in soldoni. Più giovane equivaleva a più oneroso, quindi regalare un puledro era sinonimo di agiatezza del donatore e di importanza del destinatario.

Di acqua sotto i ponti da quelle parole di San Girolamo ne è passata parecchia, ma ancora oggi in Italia, appena si riceve un regalo, si è tentati di curiosare tra le pieghe del pacchetto, aprire la confezione ed esprimere immediatamente un parere. Trattasi di garbo e buona educazione, lo scegliere se manifestare senza filtro alcuno la propria opinione oppure se, indipendentemente dal livello di effettivo gradimento, far sempre mostra di buon viso al nostro generoso interlocutore.

Anche in Cina troviamo un detto che promuove chiaramente come raccomandabile il convogliare l’attenzione sul gesto del ricevere piuttosto che sulla concreta manifestazione dell’atto di ricezione.

千里送鹅毛,礼轻人意重 (“mille miglia per regalare una piuma di cigno, un regalo leggero ma un sentimento profondo”): espressione che, parimenti alla lingua italiana, si serve di una metafora di origine dal mondo animale per indicare quanto anche un regalo poco significativo come le piume di un cigno (鹅毛) possa essere portatore di un profondo sentimento.

Cavallo o altro animale che sia, il richiamo all’emozione, al turbamento, all’affezione (人意) è la questione più degna di nota (重), mentre il regalo in sé (礼) è meno importante (轻).

Fino a qui tra Oriente e Occidente non ci sono discrepanze sostanziali.

In Oriente una situazione assai frequente è però quella in cui la persona destinataria di un pensiero finga in qualche maniera di declinarlo, una forma di cortesia che introduce la desiderabile insistenza di chi vuol porgere il suo regalo. Non si cada nell’errore di rinunciare al primo no, il rifiuto è lezioso e cerimonioso, non è mai reale.

Essenziale differenza di prospettiva si trova invece nella riservatezza tutta cinese di scartare un regalo lontano da occhi indiscreti: non è difatti buona abitudine aprire con vorace curiosità quel che ci è stato consegnato tra le mani; allo sguardo altrui l’affannarsi a togliere carta, nastrini e fiocchetti apparirebbe come mero interesse materiale verso un oggetto e segno inequivocabile di scarsa riconoscenza nei confronti dell’individuo. Aprendo il regalo dinanzi a chi lo ha portato in dono (magari aggiungendoci pure un commento) darebbe quanto mai l’impressione di essere poco grati per il gesto in sé ma di essere attratti dalla materialità di quanto ricevuto.

Se Dante fosse stato cinese avrebbe relegato i fautori di questo comportamento in uno dei suoi gironi infernali, forse tra i lussuriosi o forse tra gli avari e i prodighi. A ben pensarci, l’evitare di doversi pronunciare sull’apprezzamento di un regalo ha anche i suoi lati positivi; per esempio, ci tutela in taluni casi da sorrisi imbarazzati e frasi di cortesia non del tutto genuine e inoltre ci dà la possibilità (molto più diffusa di quanto lo si voglia ammettere) di riciclare per altre occasioni il malcapitato oggetto non esattamente gradito.

È vero che a caval donato non si guarda in bocca, ma attenzione a non scivolare su qualche insidiosa buccia di banana che si nasconde tra le pieghe delle tradizioni culturali di Oriente e Occidente.

Per entrambi i mondi, regalare qualcosa di affilato e tagliente è considerato sconveniente: coltelli, forbici, spille, tutto ciò che è acuminato può creare ferite, squarci, lacerazione. Se la prerogativa di un regalo è dedicare un buon pensiero, meglio astenersi dal porgere qualcosa immediatamente associabile a dolore e sofferenza.

In Italia ugual discorso vale per perle e fazzoletti, dove antiche superstizioni ancora accostano il biancore dei due oggetti al candore delle lacrime. Per quanto commoventi possano essere due occhi bagnati da piccole gocce di pianto, far affiorare alla mente tristezza e sconforto non è di certo il modo che si confà ad un augurio di buon auspicio.

Ingegnoso espediente per scansare la malasorte se proprio si deve regalare uno dei suddetti, è simulare una sorta di acquisto, ovvero chiedere all’interlocutore di “pagare” quell’oggetto portatore di iella con una cifra simbolica. La tradizione dice che sia sufficiente un centesimo per scongiurare la tanto temuta iattura. Chissà se queste credenze hanno un fondo di verità e se, come per l’oroscopo, nessuno ci crede però tutti lo leggono.

In Cina, dove le assonanze tra le parole richiamano significati diversi, meglio evitare orologi, pere e ombrelli.

送钟 (songzhong): letteralmente 送 (regalare) e  钟 (orologi), si pronuncia allo stesso modo di 送终 che significa “partecipare a un rito funebre” (dare l’ultimo saluto). Per gli orologi, la categoria di persone più delicata a cui non bisogna regalarli sono gli anziani.

伞 (san): carattere che significa “ombrello”, però anche 散 ha la medesima pronuncia, e il suo significato è “perdersi, abbandonare”. Porgere come regalo un ombrello a una persona cara potrebbe suonar come un gentile congedarsi da qualcuno che non si intende rivedere.

梨 (li, “pera”): donare frutta in Cina è piuttosto diffuso, soprattutto se si è chiamati a partecipare ad un pasto conviviale. Attenzione però che il frutto 梨 ovvero la pera, richiama nel suono il verbo 离 che indica “separarsi, allontanarsi”. Se l’invito giunge da una coppia di fidanzati in odor di matrimonio, meglio propendere per pesche e melograni, considerati emblemi di longevità e fertilità.

Poco importa la sostanza formale del regalo, gaffe a parte, è dunque il pensiero intrinsecamente legato ad esso quel che conta: principio chiaro e semplice, che trova il favore dei pensatori sia dell’impero romano che del celeste impero. Possiamo mai noi sottrarci ad un filone lungo secoli che mette d’accordo i padri fondatori delle odierne civiltà?

Immagine: una bambina riceve dei regali tradizionali, dolciumi e delle hongbao, buste contenenti denaro. Fonte: qua, modificata.

 

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