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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

Recupero dalla droga

Droga in CinaIl direttore del dipartimento per la disintossicazione da droga di Shanghai, Zhang Yi, ha presentato In un’intervista al giornale Xinmin Weekly le attività del suo dipartimento e fatto il punto della situazione in Cina.

Zhang Yi ha spiegato che questi ultimi anni sono stati i più difficili per il contrasto alla tossicodipendenza, in quanto le diverse misure adottate dal governo non riescono a far fronte a una sempre maggiore diffusione di droghe e al loro consumo. Uno dei problemi maggiori della situazione attuale è la diffusione delle droghe sintetiche, più difficili da localizzare e più facili da distribuire; un altro è la difficile individuazione dei criminali, specialmente in alcuni contesti nei quali esistono connivenze tra di essi e le forze dell’ordine.

Il fenomeno è in crescita: a Shanghai i tossicodipendenti censiti nel 2013 erano 44000, saliti adesso a 78000, e si stima che questi siano solo un sesto di quelli totali. In base alle statistiche nazionali del 2014, in Cina il totale stimato è di circa 14 milioni di persone, un numero superiore all’1% dell’intera popolazione. Si rende pertanto urgente un intervento convinto e continuato da parte del governo. Si consideri anche che la subcultura della droga si va diffondendo in diverse fasce di popolazione e categorie professionali, delle quali la più preoccupante è quella degli uomini politici, per i quali il problema diventa anche di ordine morale.

A proposito delle terapie di disintossicazione, Zhang Yi ha ricordato che per molti anni questa era affidata ai Laojiao, i controversi campi di lavoro – ora aboliti – ai quali si veniva assegnati in seguito a una sanzione amministrativa. Nel 1996 fu fondata a Shanghai la prima struttura per la disintossicazione mediante astinenza, che già quell’anno ospitava oltre 600 persone. Il problema di quel periodo era però la scarsa conoscenza del fenomeno non solo da parte della società, ma da parte delle autorità stesse, che non ammettevano l’idea che Shanghai fosse uno dei punti d’ingresso della droga in Cina e un attivo centro di consumo. Nel 1997 il centro ospitava 1200 persone, nel 1998 erano già 2600, e la situazione si faceva sempre più critica. Oggi le persone in cura sono oltre 7000.

Ancora oggi però – spiega Zhang Yi – permangono incomprensioni e pregiudizi, in quanto in molti ritengono impossibile una vera uscita dall’assunzione di droghe, e pertanto inutile il lavoro di chi vi si dedica. In effetti un percorso di disintossicazione, per essere efficace, non può basarsi solo sulla volontà personale, ma deve appoggiarsi a strutture e figure esterne, per sostenere e accompagnare la persona lungo un percorso molto difficile, e tentare di limitare i danni fisici e psicologici. I centri per l’astinenza forzata riducono gradualmente l’assunzione di stupefacenti, e nello stesso tempo isolano il paziente dal contatto con ambienti criminali e criminogeni.

Naturalmente l’isolamento non è sufficiente a cancellare il problema, il centro di Shanghai segue i pazienti e rileva che la percentuale di ex tossicodipendenti che non ha assunto droghe nei successivi tre anni è del 27%, un valore considerato sodisfacente; ma la percentuale di ricadute rimane ancora alta, e tale da rendere necessario un cambio di paradigma, che preveda un follow-up per tutta la vita del paziente. Tanto più che in base alle norme relative, un paziente viene considerato disintossicato in modo permanente quando non ha assunto droghe per un periodo di 7 anni, a fronte dei due di terapia presso i centri specializzati: per questo, una volta terminato questo periodo, è cruciale l’importanza della riabilitazione in comunità.

Un programma sperimentale di questo tipo parte da alcuni quartieri di Shanghai, nei quali gli agenti di polizia del centro di disintossicazione seguiranno diversi tipi di attività programmate per le persone coinvolte, a partire da quelle delle comunità, ma includendovi l’assistenza familiare e la ricerca del lavoro. Se l’esperimento funziona potrebbe essere esteso a tutta la città. Secondo Zhang Yi, la direzione da prendere è quella della professionalizzazione delle figure che si occupano di disintossicazione, e la progressiva centralizzazione organizzativa, per garantire coerenza di intenti, uniformità di approccio sul territorio nazionale, e quindi una migliore efficacia.

In questo senso l’anno 2014 ha avuto un’importanza particolare, in quanto il Comitato Permanente e il Consiglio di Stato hanno pubblicato le nuove linee guida per il rafforzamento del lavoro di contrasto del narcotraffico. Il principio di base è che tutti gli uffici locali considerino la materia nel più ampio ambito della sicurezza strategica nazionale e in un’ottica di rafforzamento della legalità, coinvolgendo anche la società civile.

In base alle nuove normative, le aree principali nelle quali si esplicherà l’azione antidroga saranno la repressione del crimine, la disintossicazione con isolamento obbligatorio, le comunità di disintossicazione e recupero e la rieducazione, in un ventaglio di misure che potrebbero essere più efficaci di quelle tentate in passato.

Attualmente l’unità principale che si occupa di disintossicazione in Cina è la squadra narcotici della polizia, che però necessita di competenze scientifiche in molti ambiti, dalla fisiologia alla psicologia. Le risorse umane a sua disposizione non sono però sufficienti, e servirebbe anche il sostegno da parte di altre strutture e delle associazioni di volontari. Altre figure richieste sono i medici e gli psicologi, che possano fornire anche delle risposte a domande preliminari di carattere medico-teorico sulla fattibilità di alcune proposte e su sperimentazioni farmacologiche dagli standard elevati.

Immagine: una seduta di taiji organizzata presso il Centro Gaojing di Shanghai in occasione dello scorso 26 giugno, la giornata mondiale contro la droga. Fonte.