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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

Se si abolissero le “prefetture povere”

Sulla prestigiosa rivista online Caixin è stato pubblicato qualche settimana fa un editoriale di Chang Hongxiao, che propone l’abolizione delle “prefetture povera” (贫困县).

L’articolo parte dalla notizia che la prefettura di Xinshao nello Hunan abbia festeggiato l’inserimento ufficiale nella lista delle aree particolarmente povere, e della sorpresa generata da questo nell’opinione pubblica. Come tutti vedono, infatti, i vari presidenti delle prefetture si atteggiano a manager aziendali, alla costante ricerca della crescita economica, per cui sembrerebbe piuttosto strano che ci si possa fregiare di questo titolo con tanta enfasi.

Eppure non è strano che fatti del genere accadano in Cina: in realtà molte località che hanno “conquistato” questa posizione hanno poi ottenuto lo stanziamento di decine o centinaia di milioni di Yuan dalle autorità centrali. La lotta per ottenere il titolo di prefettura a basso reddito è un tratto tipico della Cina contemporanea: delle quasi 3000 prefetture cinesi solo 592 sono classificate come povere a livello nazionale, e visto che lo stanziamento annuale di aiuti economici ammonta a circa 20 miliardi di Yuan, è facile immaginare come si sviluppi un’aspra competizione per l’accaparramento di una piccola quota di questa cifra, tanto più che una volta entrati nella lista è difficile uscirne, garantendosi così una rendita permanente.

Fino al 2009 non esisteva un sistema di welfare nelle zone rurali, i poveri potevano contare solo su un sussidio concesso dalle finanze statali all’industrializzazione, per la creazione di piccole aziende, e che cercava di stimolare la creazione di ricchezza piuttosto che immettere capitale. Questo approccio però si è rivelato inadeguato, in quanto non solo non riusciva a produrre ricchezza, ma anzi spingeva le autorità locali a chiedere sempre nuovi stanziamenti, alimentando così inefficienze e corruzione. Nel 2009, dopo l’entrata in vigore di un sistema basilare di welfare anche per le zone rurali, si pensava che il ricorso diretto ai fondi dello stato sarebbe diminuito naturalmente.

Tuttavia le cose si sono ulteriormente complicate: il sistema del reddito minimo è gestito dal Ministero per gli Affari Civili, mentre il le misure di supporto economico sono gestite dal Consiglio di Stato, due organismi che non si trovano sempre d’accordo. I due ambiti non dovrebbero sovrapporsi, in quanto il primo sostiene direttamente le persone in stato di povertà e prive di forza lavoro, mentre il secondo dovrebbe intervenire tramite dei programmi per la popolazione povera con capacità lavorative. I due gruppi di beneficiari hanno tuttavia dei punti di sovrapposizione, e quindi le politiche hanno bisogno di essere combinate.

Attualmente le somme che possono essere spese per i cento milioni di persone povere delle zone rurali sono due. Una è il sussidio del governo, gestito dal Ministero per gli Affari Civili, ripartito per province, e che ricade sulle singole prefetture fino ad arrivare direttamente alle famiglie disagiate: il suo ammontare per il 2010 è stato di circa 28 miliardi di Yuan. Un’altra è quella del Consiglio di Stato, per che incentiva i progetti per l’occupazione e la crescita economica, elargiti alle 592 prefetture dichiarate “povere”, proprio come la prefettura di Xinshao nello Hunan.

Un anno fa due studiosi cambogiani avevano intervistato l’autore dell’articolo riguardo all’efficacia delle misure a sostegno della povertà. La risposta era stata che dal 1978 ad oggi vi era stata una forte diminuzione della popolazione al di sotto la soglia della povertà, ma questa era dovuta soprattutto alle riforme legate all’inurbamento. Il miglioramento del welfare è stato quindi un effetto della crescita economica di tutta la società, più che delle politiche assistenziali.

Condividendo l’opinione dell’economista Cai Fang, anche l’autore dell’editoriale sostiene che il sistema degli aiuti economici si è rivelato nei fatti inefficace, e propone di versare questi fondi direttamente alle persone a basso reddito, in modo da ridurre notevolmente la fascia di popolazione povera. È però improbabile che tale proposta trovi il consenso del Consiglio di Stato o degli aventi diritto, e anzi nel 2011 la Cina ha pubblicato un programma di spesa per i successivi dieci anni che addirittura supera i 200 miliardi di Yuan già spesi nel decennio precedente.

In questo caso il compiacimento dei funzionari di Xinshao è più facile da comprendere.

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