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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

Milioni di inesistenti

Clandestini in Cina

In occasione dell’ultimo censimento generale cinese, nel 2010 uno degli obiettivi dell’indagine era rilevare la quantità e la distribuzione dei cosiddetti “cittadini in nero” (黑户), persone che per diversi motivi non sono registrate all’anagrafe e che pertanto non possono neanche definirsi compiutamente cittadini, in quanto per lo Stato non esistono.

La gravità del problema dipende anche dal numero totale di persone in questa condizione, circa 13 milioni, quindi circa l’1% dell’intera popolazione cinese. Le motivazioni per le quali un neonato non viene dichiarato sono diverse, ma principalmente si tratta di bambini nati in violazione della legge “sul figlio unico” (60%); vi sono anche bambini non dichiarati per negligenza dei genitori o tutori (15%) oppure abbandonati, o ancora figli di donne minorenni e non sposate (10%). In alcuni casi queste situzioni vengono sanate al momento della necessaria iscrizione dei bambini alla scuola dell’obbligo, ma si tratta di una porzione minoritaria.

Esistono inoltre condizioni di irregolarità acquisita in età adulta, come nei casi di chi perde o non riesce più a recuperare le matrici dei propri documenti anagrafici o di studio, per esempio in seguito ai trasferimenti dalla campagna alla città.

Chiaramente l’intera vita di queste persone è pesantemente condizionata in negativo: in assenza di documenti non si può essere sottoposti alle vaccinazioni né sostanzialmente ricevere cure mediche da strutture ospedaliere, non si può accedere ad alcuna scuola pubblica, non ci si può sposare, non si può aspirare ad un lavoro regolare ed alla previdenza sociale, è impossibile aprire un conto in banca. La condizione è quindi quella di semiclandestinità.

Le autorità riconoscono che la situazione è anomala sia per la sua consistenze che per le sue conseguenze, anche perché in base alle leggi attuali tale fenomeno non avrebbe ragione di esistere. Secondo la legge sulla cittadinanza del 1958, infatti, la registrazione anagrafica dovrebbe avvenire senza alcuna condizione; in realtà invece molte amministrazioni richiedono illecitamente il pagamento contestuale di una cifra per “compensare” le spese che lo Stato dovrà sostenere per il neonato (社会抚养费). Si tratta in pratica di un “indennizzo anticipato”, che quindi assume la valenza di multa.

Vista la sua onerosità le famiglie non in condizione di pagare preferiscono rinunciare anche a dichiarare il nuovo nato. Il fenomeno ha avuto origine con la legge sul figlio unico, e risale quindi all’inizio degli anni ’80. Molti dei bambini non registrati in quel periodo hanno oggi raggiunto l’età adulta, i loro figli sono a loro volta “in nero” di seconda generazione, e finiscono per condurre la stessa vita dei genitori, nei casi migliori impiegati in lavori umili e sottopagati, quando non dediti al vagabondaggio.

In una conferenza stampa del Ministero di Pubblica sicurezza di qualche giorno fa le autorità hanno dato un aggiornamento della situazione, puntualizzando che una soluzione a questo problema è necessaria per assicurare a queste persone un accesso ai servizi essenziali, anche perché la società moderna richiede documenti anche per prestazioni e servizi di minore importanza. D’altra parte la cittadinanza è un diritto essenziale garantito dalla costituzione, tema questo più sentito da quando sono state avviate le riforme per la realizzazione di uno stato di diritto.

In occasione dei censimenti generali lo Stato ha varato delle sanatorie per incoraggiare la registrazione di quanti non avevano ancora provveduto, ma ciò non è sempre stato agevolato a livello locale. A ritardare o comunque a scoraggiare l’iscrizione anche tardiva non è solo la multa, ma a volte anche la difficoltà di produrre i documenti richiesti, il costo di lunghi viaggi fino al paese natale (nel caso di emigrati interni), o altri fattori ancora.

La ricerca di provvedimenti possibili da parte del Ministero deve comunque basarsi su preliminari analisi accurate del fenomeno. La conoscenza di questo fenomeno è essenziale per lo Stato, che deve tenerne conto per introdurre politiche adeguate e per la distibuzione delle risorse, ma anche per garantire l’ordine pubblico e la sicurezza. Allo stesso tempo, sottolinea il governo stesso, occorre garantire la concessione della registrazione anagrafica dissociandola da ogni tipo pagamento, e incentivare la regolarizzazione degli attuali “cittadini in nero”. La soluzione non è immediata, in quanto una eventuale regolarizzazione permetterebbe solo l’ingresso nella società civile di nuovi cittadini, senza intervenire sulle loro condizioni pregresse: trattandosi però di persone  del tutto sprovviste di solidità economica e assistenziale, bisognerebbe avviare complesse forme di sostegno, a partire dalla scolarizzazione e dalla formazione professionale.

Per un tale compito bisogna prevedere anche un efficace coordinamento di numerosi ministeri e uffici di grado e competenze inferiori, informatizzare la gestione anagrafica e abrogare le multe o analoghi provvedimenti che agiscono da deterrente. Inoltre bisogna stabilire se e come riscuotere la tassa per le nascite eccedenti, per quanto questo aspetto nel lungo periodo potrebbe essere superato dalla liberalizzazione delle nascite. Non sempre però questo è semplice, in quanto ogni provincia ha le sue peculiarità, inoltre bisogna considerare che in alcune zone remote e arretrate la nozione stessa di “cittadinanza” e dell’utilità dei documenti è molto vaga.

Esaminando la composizione demografica dei cittadini “in nero” si rileva che circa tre quarti sono analfabeti o hanno un grado di istruzione di livello minimo, e analoga percentuale non lavora o svolge lavori in assenza di contratto o tutele. Per quanto riguarda gli spostamenti, il 40% non ha mai preso l’aereo o il treno, il 28% vi è salito furtivamente, e un altro 30% ha utilizzato documenti prestati da altri. Vivere in queste condizioni può influire sulla percezione e valutazione della società: il 35% ritiene che la società sia ingiusta, e quasi il 5% la considera “molto ingiusta”.

Il 58% dei cittadini “in nero” vive in campagna, mentre un altro 13% non ha una residenza stabile. Per quanto riguarda l’età, le percentuali mostrano i due picchi più alti, intorno a circa il 30%, tra persone con età maggiore di 45 anni e i bambini minori di 7 anni; una correlazione è presente in particolare tra generazioni successive, in quanto i cittadini “in nero”, non potendo sposarsi legalmente, generano a loro volta bambini ma sono dissuasi dal registrarli. In alcune zone remote, come nello Yunnan, esistono addirittura dei piccoli villaggi abitati quasi interamente da “clandestini”, come nei dintorni della città di Kaiyuan: secondo alcune statistiche il numero di cittadini in nero supererenbbe i 10000, suddivisi in diversi villaggi. In anni recenti la regolarizzazione di un centinaio di bambini e l’apertura di una scuola elementare è stata salutata come un passo avanti notevole per l’emersione di questo fenomeno.

Immagine: una famiglia di cittadini “in nero” viaggia su un carretto nei pressi di Kaiyuan. Fonte.