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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

Made in China 中国制造

Fatto in Cina

Fabbricato in Cina – Made in China – 中国制造 sono alcune tra le più comuni diciture che si trovano stampate sulle etichette di vari prodotti per indicare che la provenienza e la fattura di quella merce è di origine cinese.

Provando a chiedere quale immagine scaturisce di primo acchito pensando a un prodotto made in China, una buona percentuale di persone risponde con l’accoppiata prezzo basso e qualità scadente, portando come esempio qualche carabattola che si trova nei mega store low cost.

Occhi abituati a bancarelle che per pochi centesimi vendono un po’ di tutto non si aspettano probabilmente neppure la durabilità di quel che comprano, che siano essi giocattoli, vestiti, piccoli elettrodomestici o cianfrusaglie quali soprammobili e souvenir. Idem per chi si reca nelle botteghe da quattro soldi quali estetista, parrucchiere, riparatore di elettronica e così via, dove per cifre esigue e in tempi svelti viene soddisfatta la domanda del cliente, di qualunque natura sia.

Celerità, economicità e disponibilità sono le parole chiave del made in China. Sia che la merce da vendere sia una materia prima (stoffe, alimenti), un oggetto (elettrodomestico, giocattolo) o un servizio (manicure, taglio di capelli), l’importante è capire l’esigenza del compratore e assecondarlo nel miglior modo possibile, aggiungendo come surplus rapidità e convenienza.

Buona parte del successo economico del colosso orientale sta in questa capacità di adattarsi e riadattarsi continuamente alle richieste del mercato, anche a scapito dei cinesi stessi, le cui condizioni di lavoro per mantenere certi standard sono il più delle volte difficilmente definibili come umane (ugual discorso per i loro salari).

Dagli anni novanta in avanti, la presenza cinese in Italia si è fatta sempre più imponente, ma soprattutto sempre più visibile, e non soltanto nelle quattro vie intorno alla ormai storica Via Sarpi a Milano.

Roma, Prato, Venezia e Napoli sono solo alcuni dei luoghi in cui sono fiorite le ultime Chinatown all’interno delle quali si annidano piccole e grandi imprese di un nuovo made in Italy, un prodotto fabbricato in Italia ma da mani non esattamente locali.

Oltre ai classici ristoranti con odor di fritto e involtino primavera onnipresente, l’intraprendenza e l’alacrità del popolo mandarino si è aperta anche ad altre attività: negozi di casalinghi, bar, sale slot, lavanderie, parrucchieri, estetiste e non ultimo i centri relax e massaggi. Per chi fosse interessato, c’è anche una stazione radiofonica, un paio di social network e il principale quotidiano nazionale italiano che propone la versione in caratteri delle notizie principali del giorno.

A qualche autoctono tutta questa visibilità delle persone con gli occhi a mandorla non va troppo a genio, o per meglio dire, la sensazione di essere circondati, o ancor peggio invasi a casa propria, sta un po’ stretta soprattutto a coloro che in gioventù di insegne con caratteri cinesi non ne vedevano neppure l’ombra. Ma chi, per paura, per convinzione, per patriottismo o per ragion propria evita certi negozi e certi servizi, è davvero al sicuro dal “contagio” con un prodotto fatto e confezionato in un lontanissimo stabilimento cinese? Non mangiare gli spaghetti di soia e tagliar la zazzera dal barbiere sotto casa ci esime dall’essere clienti del mercato più florido del pianeta?

A questo punto, urge sostenere un test: si prendano a random alcuni degli oggetti posseduti e conservati in casa, di uso quotidiano e se ne controlli l’etichetta. Vestiti, cellulari, elettrodomestici, ciarpame vario, tutto va bene per fare questa prova. Anzi, di più varia natura è il tipo di merce, più senso ottiene questa analisi. In quante delle etichette si trova una delle seguenti diciture?

Fabbricato in Cina

Made in China

中国制造?

Chiunque si arrischi a ficcare il naso alla scoperta di quanta Cina c’è tra le proprie mura domestiche ne rimarrà di stucco. Pensare di trovare un luogo dove non c’è merce che abbia almeno un componente originario del dragone cinese è pressoché impossibile.

E attenzione anche alle etichette sibilline, quelle contraddistinte dalla scritta made in P.R.C., che è solo un altro modo di indicare il consueto made in Cina, dove l’acronimo P.R.C. sta per People’s Republic of China, tradotto in italiano con Repubblica Popolare Cinese. Siamo quindi al punto di partenza. Pensare di non venire in contatto con l’economia cinese evitando di entrare in un superstore di casalinghi a poco prezzo ma tenendo nel taschino un bel cellulare nuovo di zecca di un notissimo marchio statunitense che porta il nome di un frutto, è una contraddizione di termini.

Quel che caratterizza la qualità dei prodotti cinesi non è principalmente il luogo di fabbricazione. Tutti i gingilli elettronici delle migliori marche vengono sfornati ogni minuto a ciclo continuo da stabilimenti con migliaia di cinesi che ci lavorano giorno e notte. Allo stesso modo, anche aggeggi fatti con materiale scadente e di indubbia salubrità sono frutto di ore di strenuo lavoro nelle medesime città.

La differenza nei vari processi di lavorazione è principalmente nelle mani del committente: se si vuole ottenere una merce con buone caratteristiche, non si può scegliere una materia prima di bassa qualità, richiedere un prodotto finito in tempi irragionevoli e a dei prezzi da sfruttamento. Questo avrà come risultato la necessità di utilizzare manodopera non specializzata (o addirittura in taluni casi tirocinanti non pagati), materiali non certo di standard elevato e tempi di finitura e consegna che non consentono di concentrarsi sul dettaglio.

Vale a dire, l’equivalenza merce cinese=qualità scarsa non è poi così automatica, o perlomeno non lo è sempre.

Evitare dunque a priori di incappare in prodotti cinesi è un tentativo illusorio e per lo più infruttuoso. Forse è bene accettare l’aleggiare della presenza cinese nella nostra quotidianità senza badar troppo alla provenienza di quel che ci circonda ogni giorno e controllando invece la qualità del nostro spendere.

Certo che vedersi servire una pizza da un cameriere che con un italiano maccheronico dice “Pel chi è malghelita?” può suonare strampalato al fine orecchio italico, ma altrettanto comico e incomprensibile per milioni di cinesi è il passare intere giornate in fabbriche a produrre, a cottimo, chincaglierie rosse e bianche con la scritta Buon Natale, festa che, da loro, non è neppure contemplata nel calendario.

Bizzarrie del mondo globale.

Immagine: “Made in China”, di Taymaz Valley, modificata. Fonte.