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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

Gatti nella Città Proibita

Felini in Cina

Nelle pagine della cronaca cinese i gatti non hanno solitamente uno spazio privilegiato, e anzi se ne parla soprattutto quando incorrono in maltrattamenti o sfuggono alla pentola. Eppure in una cultura e in un immaginario che è ancora per certi versi contadino il gatto ha tuttora l’importante ruolo di predatore dei topi.

La stessa considerazione è stata fatta recentemente dai custodi del complesso museale della Città Proibita a Pechino (故宫博物馆). I custodi, dovendo fronteggiare la costante presenza di topi nelle sale antiche hanno pensato di ricorrere a una colonia di gatti randagi che da generazioni si aggira per le strade del palazzo reale.

Secondo il Chongqing Ribao, la sera, quando le stradine del palazzo e le sale dei musei sono vuote, e dopo che i guardiani hanno finito le ispezioni nelle le lunghe vie della Città, i gatti “entrano in servizio”. Il giorno infatti preferiscono evitare i luoghi troppo affollati, e appena possono si acciambellano invece al caldo degli uffici. Il giornale si chiede però come possano degli animali proliferare e “lavorare” in un museo di rilevanza nazionale, in cosa consista di fatto il loro compito, e se la loro presenza possa avere ripercussioni negative su dei luoghi peraltro molto curati.

Le zone della Città Proibita nelle quali si rifugiano i gatti sono oltre venti: visto il loro continuo amumentare, a partire dal 2009 sono state condotte delle campagne di sterilizzazione periodiche per impedirne la moltiplicazione incontrollata. Finora sono state portate a termine 181 sterilizzazioni. L’obiettivo non è quindi la loro soppressione, tanto più che la presenza di gatti nel Palazzo reale segue una tradizione secolare, essendo attestata almeno dall’epoca imperiale. Il funzionario Liu Ruoyu annota negli annali che già nel diciassettesimo secolo nel palazzo esisteva un ufficio apposito nel quale lavoravano tre o quattro persone, e riferiva di personaggi di alto rango, ai quali l’imperatore stesso affidava dei gatti, che peraltro godevano di trattamenti consoni al loro stato.

Col passare delle generazioni si sono perse le tracce della stirpe originaria di quei gatti, anche se non è escluso che tra i randagi che oggi si aggirano per il museo ce ne possano esserci dei loro discendenti; è però certo che la maggior parte della popolazione felina attuale è arrivata da fuori di recente. La loro condizione è comunque migliorata da quando da semplici randagi sono stati “promossi” a guardie antiratto, e ottenendo maggiori cure, a partire da un nome proprio.

Come assicura il giornalista, il personale del museo, a partire dai vigili del fuoco fino agli attrezzisti, ama i gatti e se ne prende cura. Anche per questo è stato istituito un piccolo fondo, al quale aderiscono il 90% dei lavoratori del museo. Tra l’altro, anche i costi delle sterilizzazioni sono stati relativamente contenuti (18410 Yuan), in quanto le operazioni sono state effettuate da veterinari volontari.

Un dirigente del museo, Ma Guoqing, spiega inoltre al giornalista che la presenza dei gatti non è di nessun danno né ai beni custoditi nel museo, né del resto ai turisti, dai quali generalmente si tengono lontani. In compenso, la loro efficacia nel tenere lontani i topi è provata, e rafforze le misure imposte dalla municipalità di Pechino.

Immagine: schizzo di Chen Zhou (1427-1509). Fonte: qua.