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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

Aggiungere i piedi al serpente dipinto

画 蛇 添 足
huà shé tiān zú
Dipingere il serpente e aggiungervi i piedi

Ecco un altro chengyu cinese che ha come tema il rapporto tra le persone e gli animali. Stavolta il protagonista della storia all’origine di questo modo di dire non è un uomo saggio, come il vecchio che aveva perso il cavallo, ma – al contrario – un servitore presuntuoso.

La storia è questa (traduzione mia dal testo originale):

Durante il periodo dello Stato Chu, un sacerdote del culto degli antenati decise di ricompensare i suoi servitori offrendo loro una brocca di vino. Questi cominciarono a discutere tra di loro: “Noi siamo troppi, il vino non sarà sufficiente per tutti. Potrebbe bastare per uno solo di noi. Dipingiamo un serpente a terra: la brocca di vino andrà a chi completerà per primo il disegno.”

L’uomo che completò per primo il disegno prese la brocca per bere; però, tenendo la brocca nella mano sinistra e continuando a disegnare con la mano destra, disse: “Potrei aggiungere dei piedi”. Non aveva ancora finito di disegnare, quando un altro servitore, che aveva terminato a sua volta di disegnare il serpente, gli tolse la brocca di vino dicendo: “I serpenti non hanno piedi, come hai potuto aggiungerli tu?”, e si bevve il vino, mentre la persona che aveva aggiunto i piedi alla fine rimase a bocca asciutta.

Il senso del racconto è una critica a chi vuole strafare. La frase “画蛇添足” ha una connotazione negativa, serve per criticare qualcuno che crede di far bene, ma invece rovina l’opera; o qualcuno che eccede in cose superflue e non si rende conto del limite del buon gusto e della giusta misura. Infatti il servitore che vuole aggiungere i piedi al serpente non lo fa solo per gusto estetico, ma anche per un desiderio fine a se stesso (e infatti punito) di primeggiare sugli altri.

Questa storiella viene raccontata in modi diversi, ma la sua origine è certa: è contenuta nel celebre (per i cinesi) libro “Intrighi degli Stati Combattenti” (战国策, Zhàn Guó Cè), probabilmente scritto da Liu Xiang, vissuto nel I secolo a.C., nel periodo degli Han Occidentali.

La versione in originale è estremamente sintetica, meno di cento caratteri, eppure in così poco spazio riesce a tratteggiare due personaggi dal carattere opposto, e aggiungere un breve motto di spirito. In alcune varianti della storia, il primo servitore schernisce i competitori in ritardo: l’aggiunta dei piedi è anche un pretesto per sfoggiare la propria bravura. Poco dopo, viene a sua volta preso in giro per la sua idea assurda.

Nel testo si ritrovano alcuni caratteri rari, come 曰, yūe, “dire”, che oggi non si incontra quasi più, ma che a prima vista sembra identico al ben più noto 日, rì, il carattere che invece compare come parte semantica di molti caratteri connessi al sole o al tempo.

Ad illustrazione del proverbio ecco un’animazione in flash. E’ letta in cinese, ed ha i sottotitoli con i caratteri semplificati, in pinyin e in inglese. Per farla avanzare basta premere sulle frecce.

Se non riesci a vedere il filmato, clicca qua

Fonte animazione:
http://blog.cbe21.com/user1/12023/archives/2010/62753.shtml