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Traduzione e interpretariato cinese e italiano

I bambini “lasciati indietro” nella Cina rurale

Bambini abbandonati in Cina

Nel libro documentario “La Cina è nel villaggio di Liang” (2010), la scrittrice Liang Hong descrive le condizioni di vita del villaggio dello Henan nel quale è nata. La situazione è quella comune a molta parte della Cina non toccata direttamente dai progressi economico-sociali degli ultimi anni, caratterizzata da un’economia povera e agricola e da rapporti umani molto profondi.

Tra i vari problemi che vengono trattati anche indirettamente si parla dei bambini che rimangono nei villaggi e abitano con i nonni o i parenti più anziani, mentre uno o tutti e due i genitori emigrano nelle città in cerca di lavoro. Il fenomeno è conosciuto in Cina come “bambini lasciati indietro” (留守儿童).

Una statistica ufficiale pubblicata nel 2010 dalla Lega delle Donne cinese mostrava che nelle campagne di tutto il Paese i bambini “lasciati indietro” sono circa 58 milioni, e non sorprende che negli studi si faccia riferimento ai numerosi problemi di ordine psicologico, di crisi di valori, di adattamento, di inserimento di cui questi bambini sono vittime.

La mancanza dei genitori costringe i bambini a una convivenza con i parenti più prossimi o altre figure vicine alla famiglia, anche perché quasi metà di loro ha entrambi i genitori in città lontane. Circa l’80% dei bambini vengono quindi lasciati ai nonni, il 13% a parenti o amici, mentre il 7,3% vengono praticamente abbandonati a loro stessi, specialmente nel caso di ragazzi in età adolescenziale.

Il disagio dei bambini verte su tre punti principali: la mancanza di guida e sorveglianza da pare dei genitori provoca al 45% di essi disagi psicologici come fragilità, bassa autostima e depressione, acuite oltretutto da un tenore di vita spesso ai limiti della povertà. Il 25% dei bambini sostiene inoltre che l’assenza dei genitori sia la causa più o meno diretta dei cattivi risultati scolastici o dell’abbandono degli studi; il 15% di loro prova un senso di abbandono globale, dal quale è difficile uscire.

La precarietà di questa situazione, unite all’interesse discontinuo da parte della politica, spinge molti dei ragazzi più fragili verso la delinquenza o la devianza sociale.

Nel libro di Liang Hong vengono intervistate molte madri e nonne, che raccontano la solitudine e il senso di disorientamento delle nuove generazioni quando vengono private dei punti di riferimento non solo familiari ma anche culturali.

Nel libro si racconta di come molti dei ragazzi lasciati alle famiglie dei nonni o dei parenti sia demotivato e arrendevole, oppure frustrato e aggressivo; in entrambi i casi la posizione nella società diventa motivo di preoccupazione per tutte le persone che circondano questi bambini, non ultimi gli insegnanti delle scuole. Anche il rendimento scolastico infatti risente gravemente delle precarie condizioni emotive di questi bambini.

La ricerca del 2010 ha rilevato che circa 40 milioni dei bambini hanno un’età inferiore ai 14 anni, e fra quelli che non vedono i genitori da più di un anno il mezzo di comunicazione più frequente è il telefono. Le telefonate non sono sempre efficaci per sentire la presenza dei genitori: solo un terzo dei genitori chiama ogni giorno, mentre il 38% chiama una volta alla settimana, il 21% una volta al mese, e il 5% una volta all’anno. Un residuo 1,3% perde del tutto i contatti con i propri figli.

La presenza effettiva dei genitori è generalmente limitata ai periodi di vacanza nazionale come la Festa di Primavera. Comunque il 70% dei lavoratori torna a casa meno di tre volte all’anno, e sono in molti a tornare una sola volta all’anno o ancora più raramente.

Il posto di lavoro dei genitori solitamente resta confinato alla Cina continentale, nelle grandi città industriali o di prima fascia, come Canton o Pechino, ma non mancano lavoratori che si spingono fuori dalle frontiere, specialmente a Hong Kong o Macao, ma anche nei paesi esteri, a partire da quelli confinanti con la Cina stessa, per finire in America o Europa. In questi casi l’unico modo di restare in contatto con i figli è la telefonata intercontinentale o qualche regalo che può essere inviato per posta.

Come però sottolinea un articolo del Beijing Youth Daily, il fatto che i genitori non portano con sé i figli non è dovuto a deliberato disinteresse, quanto alla mancanza delle condizioni necessarie, in primo luogo un sistema di welfare che garantisca efficacemente i servizi di base (scuola, sanità) ai figli degli “immigrati”. Un altro problema è quello tecnico della mancanza di alloggi, in un contesto nel quale il lavoratore operaio di norma vive nei dormitori predisposti nelle fabbriche o nei cantieri, rigidamente riservati al personale.

Immagine: una bambina passa davanti alla scritta “La scuola si prende cura dei bambini abbandonati”.

Fonte: qua.